Personalità e gusti musicali

Uno studio condotto da Greenberg e soci dell’università di Chicago ha mostrato che i gusti musicali sono connessi alla personalità dell’individuo.
Lo studio si basa su una teoria chiamata “Empathizing-Systemizing theory”, secondo la quale esistono due fondamentali dimensioni alla base della personalità: empatia e sistematizzazione. L’empatia è la capacità di identificare, prevedere e rispondere appropriatamente alle emozioni degli altri. Le persone usano l’empatia quando percepiscono il contenuto musicale, reagendo emotivamente e fisiologicamente ad esso. La sistematizzazione invece è la capacità di identificare, prevedere e rispondere al comportamento dei sistemi analizzando le regole che li governano, ad esempio scomponendo un brano musicale in tante piccole parti o un’espressione matematica in fattori più semplici.
Empatia e sistematizzazione vengono misurati tramite due coefficienti, EQ (quoziente di empatia) e SQ-R (quoziente di sistematizzazione). Le persone che hanno un EQ più alto (quoziente di empatia) sono categorizzate come “tipi E”, viceversa chi possiede un maggior SQ-R (coefficiente di sistematizzazione) è classificato come “tipo S”.
Dallo studio è emerso che le persone di tipo E prediligono i generi musicali più dolci e malinconici (R&B / soul, musica contemporanea per adulti, generi soft rock), mentre le persone di tipo Spreferiscono musica più intensa (punk, heavy metal e hard rock).
È stato rilevato che gli individui di tipo E preferiscono la musica che mostra bassa eccitazione (attributi gentili, caldi e sensuali), valenza negativa (deprimente e triste) e profondità emotiva (poetica, rilassante), mentre il tipo S preferisce la musica che suscita un’eccitazione elevata (forte, tesa e elettrizzante), e aspetti di valenza positiva (animata) e profondità cerebrale (complessità).
E tu che tipo sei?

https://www.spreaker.com/user/10717255/personalita-e-gusti-musicali

“Musical Preferences are Linked to Cognitive Styles”
David M. Greenberg, Simon Baron-Cohen, David J. Stillwell, Michal Kosinski, Peter J. Rentfrow

La chiave del successo

Ritengo che una delle chiavi vincenti sia conoscere se stessi; per imparare a rapportarsi al mondo,
per vivere serenamente, per affrontare la quotidianità sotto un’altra veste,

…..imparare a relazionarci con gli altri, è una conseguenza.

Quindi il primo obiettivo è la conoscenza di se stessi.
I nostri limiti, i difetti, le nostre capacità, i nostri obiettivi, i nostri desideri, i nostri bisogni.
Spesso rimaniamo coinvolti nella realtà, nella quotidianità.
Non è necessario fare voli pindarici e quindi distaccarci dalla realtà che ci circonda, ma razionalizzare il nostro comportamento, prendendo coscienza di quanto spesso siamo condizionati e influenzati dall’ambiente, dalla società, dalla famiglia in cui viviamo.

Certamente, se andiamo indietro nel tempo e pensiamo alla nostra infanzia, ci renderemo conto che in una determinata situazione della nostra vita avremmo voluto comportarci in un determinato modo, ma per compiacere a un’esigenza sociale, per compiacere a una richiesta genitoriale, abbiamo assunto un determinato tipo di comportamento

Questo comportamento, da un lato ci ha permesso di ottenere una gratificazione nei confronti dei genitori, ma da un’ altro punto di vista ha iniziato a tessere nella nostra interiorità una sorta di insoddisfazione personale che si è accumulata nel tempo.
Spesso non ce ne rendiamo conto, e viviamo con una forte insoddisfazione a cui non sappiamo riconoscere una giusta collocazione.

Non tutte le persone sono disposte a voler conoscere loro stesse, in quanto è un atto che comporta una sorta di sacrificio, coraggio, e non tutti sono disposti a farlo.

E’ preferibile non guardarsi dentro e giustificare il proprio comportamento, la propria insoddisfazione personale, come causa e conseguenza di un mondo che non ci comprende.

Un individuo che per sua natura sceglie di non voler conoscere se stesso, potrebbe essere definito un debole o un individuo che è stato talmente condizionato durante la crescita da un determinato tipo di condizionamento, rigidità familiare, rigidità mentale per cui si è stereotipato in lui ciò che l’ambiente richiede, subendo di conseguenza la quotidianità, senza neanche rendersene conto.

Dr.ssa Annamaria Giancaspero

Curiosità sulla timidezza

Ah, la timidezza: c’è chi la considera un pregio e chi un difetto.

Sicuramente la timidezza influisce sul modo di relazionarsi con gli altri e si pensa che, spesso, essere osservati, porti le persone ad aumentare il loro grado di timidezza. Un recente studio, invece, ha dimostrato che è proprio quando si è osservati che si fa del proprio meglio.

In una ricerca condotta al California Institute of Technology, 20 persone sono state sottoposte ad un test che prevedeva di svolgere un compito, a seguito del quale i partecipanti sarebbero stati premiati con una piccola somma di denaro corrispondente al livello dell’attività svolta. Nella condizione in cui i soggetti avevano davanti a sé un pubblico, la loro prestazione migliorava e le somme di denaro aumentavano. Questo si spiega con l’attivazione della corteccia prefrontale, deputata ai pensieri e alla cognizione sociale.

Questi dati dimostrano che la presenza degli altri, nonostante la timidezza di una persona, fa sì che per evitare un giudizio negativo, si faccia del proprio meglio per dare un’ottima impressione. Tuttavia, può anche verificarsi la situazione opposta: persone molto timide e con ansia sociale, sentendosi osservate, hanno un calo nelle prestazioni a cui segue un senso di imbarazzo e tristezza.

Una buona prassi potrebbe certamente essere quella di non farsi prendere dal panico e di non vergognarsi in presenza di altre persone. E’ evidente che non si tratta di un compito facile, motivo per cui, in casi di difficoltà, è opportuno intraprendere un percorso terapeutico per lavorare sull’autostima, sulle relazioni con gli altri e su una maggiore consapevolezza di sé.

http://www.popsci.it/timidezza-sfatato-il-mito-dellansia-quando-siamo-osservati-facciamo-meglio.html

Disturbi del Comportamento Alimentare

Il Ministero della Salute stima che in Italia circa tre milioni di persone, di età sempre più giovane, soffrono di Disturbi del Comportamento
Alimentare (dati 2012). Il corpo è da sempre al centro della maggior parte dei conflitti, sia nei bambini che negli adolescenti, e crisi e conflitti trovano
nei comportamenti alimentari una possibile manifestazione sintomatica di espressione. E’ noto che questi disturbi colpiscono in prevalenza la  popolazione femminile (soprattutto Anoressia), anche se la percentuale di maschi affetta dalla malattia è in crescita (rapporto maschi femmine 1:9), in
particolare per la Bulimia e il Disturbo da Alimentazione Incontrollata.Si è inoltre abbassata l’età di esordio della patologia, con un aggravamento della prognosi e un impatto economico sempre maggiore sul servizio sanitario nazionale. Gli studi epidemiologici internazionali evidenziano un’incidenza dinuovi casi di DCA nella fascia femminile tra i 12 e i 25 anni, con una età media di insorgenza in età adolescenziale, intorno ai 17 anni. Nei paesi occidentali, compresa l’Italia, la prevalenza della patologia riguarda il Disturbo del Comportamento Alimentare Non Altrimenti Specificato (tra il 3,7 e il6,4%), la Bulimia nervosa (3%) e l’Anoressia nervosa (0,2 – 0,8%) (Ministero della Salute – http://www.salute.gov.it 2012).

I Disturbi del Comportamento Alimentare costituiscono un insieme di sindromi a causa verosimilmente multifattoriale, caratterizzati da alcuni elementi psicopatologici comuni, comprendenti un insieme di alterazioni affettive, cognitive e comportamentali strettamente correlate all’ingestione di cibo e all’immagine corporea.

 

http://www.annamariagiancaspero.it