Matrimoni bianchi

Sapevate cosa sono i matrimoni bianchi?

Per chi non lo sapesse, i cosiddetti matrimoni bianchi sono i matrimoni non consumati.

Vi chiederete come mai possa accadere che una coppia sposata non pratichi sesso durante la propria vita coniugale e quali possano essere le motivazioni.

Mentre negli anni passati si riteneva che la principale causa dei matrimoni bianchi fosse l’impotenza maschile o il vaginismo femminile, oggi invece, si sa che le cause vanno ricercate in entrambi i partner e nel loro rapporto: è consigliabile, infatti, una terapia di coppia e non individuale. La maggior parte di donne vaginiste, ovvero donne che provano dolore nell’essere penetrate, ha mariti molto accondiscendenti e premurosi che quindi desistono all’idea di avere un rapporto sessuale.

Seppur si pensi che il fenomeno dei matrimoni bianchi riguardi poche coppie, in realtà non è così; basti pensare che in Italia sono state accertate ventimila coppie e soprattutto coppie giovani.

Il problema principale di queste coppie è il timore di chiedere aiuto e di esternare il proprio problema. Questo atteggiamento fa sì che il matrimonio non venga consumato per mesi o addirittura anni.

Il motivo per il quale le coppie decidono di rivolgersi ad uno specialista dopo anni di silenzio, insoddisfazione, fobie e ansia, è il desiderio di voler mettere al mondo un figlio. Questa necessità spinge marito e moglie ad intraprendere una terapia di coppia che li aiuti sia ad avere un bambino che a superare i loro problemi e vivere una vita coniugale serena e soddisfacente.

@annamariagiancaspero

Depressione e DNA

Al giorno d’oggi si sente parlare spesso di depressione ma molti non sanno effettivamente di cosa si tratti. La depressione è una patologia psicologica, precisamente un disturbo dell’umore che porta le persone a perdere interesse e piacere in ogni tipo di attività.

Le cause della depressione possono essere diverse: traumi, mancanza di fiducia e autostima, indice di massa corporea più alto, basso livello di istruzione, esperienze negative.

Un’altra delle cause che non va assolutamente tralasciata è il DNA: vi sono infatti 44 varianti genetiche che potrebbero aumentare il rischio di insorgenza della depressione.

Il merito di questa evidenza va a un gruppo di 200 ricercatori guidati da Cathryn Lewis e Gerome del King’s College di Londra che hanno analizzato il DNA di quasi 500.000 individui (135.000 con depressione e 344-000 senza).

Anche studi su gemelli dimostrano che il rischio di depressione talvolta è associato a fattori genetici.

Aver identificato dei geni significativi, associati sia alla depressione che alla schizofrenia, permette di condurre ricerche per aiutare chi soffre di questi disturbi.

La depressione è una patologia che non va sottovalutata e, oltre al supporto di familiari e parenti, è opportuno rivolgersi a degli specialisti che, insieme alla persona, elaboreranno un percorso terapeutico mirato a ritrovare l’interesse e il piacere verso le persone, le attività e in generale verso tutto ciò che la vita può offrire.

http://www.popsci.it/depressione-44-varianti-genetiche-ne-aumentano-il-rischio.html

 

Curiosità sulla timidezza

Ah, la timidezza: c’è chi la considera un pregio e chi un difetto.

Sicuramente la timidezza influisce sul modo di relazionarsi con gli altri e si pensa che, spesso, essere osservati, porti le persone ad aumentare il loro grado di timidezza. Un recente studio, invece, ha dimostrato che è proprio quando si è osservati che si fa del proprio meglio.

In una ricerca condotta al California Institute of Technology, 20 persone sono state sottoposte ad un test che prevedeva di svolgere un compito, a seguito del quale i partecipanti sarebbero stati premiati con una piccola somma di denaro corrispondente al livello dell’attività svolta. Nella condizione in cui i soggetti avevano davanti a sé un pubblico, la loro prestazione migliorava e le somme di denaro aumentavano. Questo si spiega con l’attivazione della corteccia prefrontale, deputata ai pensieri e alla cognizione sociale.

Questi dati dimostrano che la presenza degli altri, nonostante la timidezza di una persona, fa sì che per evitare un giudizio negativo, si faccia del proprio meglio per dare un’ottima impressione. Tuttavia, può anche verificarsi la situazione opposta: persone molto timide e con ansia sociale, sentendosi osservate, hanno un calo nelle prestazioni a cui segue un senso di imbarazzo e tristezza.

Una buona prassi potrebbe certamente essere quella di non farsi prendere dal panico e di non vergognarsi in presenza di altre persone. E’ evidente che non si tratta di un compito facile, motivo per cui, in casi di difficoltà, è opportuno intraprendere un percorso terapeutico per lavorare sull’autostima, sulle relazioni con gli altri e su una maggiore consapevolezza di sé.

http://www.popsci.it/timidezza-sfatato-il-mito-dellansia-quando-siamo-osservati-facciamo-meglio.html

Terapia alimentare e terapia di coppia?

Il ruolo dei genitori è fondamentale nelle terapie adottate per casi di disturbi alimentari.

Quando si intraprende una terapia di questo tipo, sono molte le difficoltà che si possono incontrare e molte di queste comportano conseguenze negative nella vita di coppia.

Madri e padri possono esperire sensazioni di stress e di sconforto che danneggiano la soddisfazione coniugale.

Il Dr. Renee Rienecke, psicologo all’Università del South Carolina, ha preso in esame i genitori di 53 adolescenti con disturbi alimentari e ha valutato il grado di soddisfazione della coppia. Dalla sua analisi è emerso che, circa la metà dei genitori, riportava un decremento nel loro livello di soddisfazione, decremento che nuoceva al buon andamento della terapia intrapresa dai figli.

In questo studio sono state adottate due scale di misura: la prima prevedeva degli items ai quali bisognava dare un punteggio da 1 a 5 e la seconda prevedeva di rispondere a 10 domande.

I risultati ottenuti, spiegano che il 46% delle madri e il 35% dei padri percepisce una diminuzione del livello di soddisfazione di coppia durante il trattamento.

E’ dunque evidente che, intraprendere un percorso terapeutico efficace, necessita di tenere sotto controllo una serie di variabili, quali: responsabilità dei genitori, aiuto percepito dai figli e cooperazione familiare.

BDSM e personalità

Quante donne sognano di trovare un uomo che assomigli al tanto amato Christian Grey?

Eppure, come molti sanno, le sue attività sessuali erano un po’ estreme e non condivisibili da tutti.

Il BDSM, sigla che sta per Bondage & Disciplina, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo, è una pratica erotica abbastanza complessa.

Erroneamente, si è soliti associare la pratica del BDSM a delle patologie di natura psichica.

In realtà, recenti studi suggeriscono un benessere psicologico ottimale tra colori i quali sono soliti praticare il BDSM.

Uno di questi studi è stato condotto nel 2013 da due Dipartimenti olandesi: il Dipartimento di Psicologia Clinica e il Dipartimento di Metodologie e Statistiche.

Lo scopo dello studio era quello di comparare praticanti di BDSM e un gruppo di controllo per capire se vi fossero caratteristiche psicologiche differenti nelle due categorie.

I ricercatori si sono avvalsi di questionari che misuravano gli stili di attaccamento, le dimensioni della personalità e il benessere soggettivo. Le persone che hanno accettato di partecipare alla ricerca erano 1336: 902 praticanti BDSM e 434 partecipanti di controllo, ai quali venne chiesto di compilare un questionario online.

I risultati suggeriscono che coloro i quali praticano BDSM sono meno nevrotici, più estroversi, più disponibili a fare nuove esperienze, più coscienziosi e dimostrano anche di avere un livello di benessere soggettivo abbastanza elevato.

Ciò che ne consegue è che il BDSM non è sempre espressione di una patologia psicologica ma semplicemente una pratica sessuale da cui trarre soddisfazione e piacere.

 a voi la riflessione…

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1743609515304471

Desiderio e durata delle relazioni

La durata di una relazione può influenzare il desiderio sessuale?

La risposta è si. Un interessante studio del 2010, condotto da Carvalheira, Brotto e Leal, vede come partecipanti 3867 donne e dimostra che il 42% delle donne che ha relazioni a lungo termine con il proprio partner, pratica attività sessuali pur non provando un forte desiderio. Invece, la percentuale diminuisce per le donne impegnate in relazioni a breve termine, mostrando un maggior grado di soddisfazione personale e con il partner.

Per ottenere questi risultati, è stato chiesto ai soggetti partecipanti di compilare un questionario suddiviso per aree tematiche. Lo scopo della ricerca verteva sull’esplorazione delle motivazioni che spingono la donna a praticare attività sessuali, a individuare la frequenza e i predittori della fantasia sessuale, il riconoscimento della pulsione sessuale e, infine, si è cercato di cogliere le possibili associazioni tra queste variabili.

I dati statistici spiegano che fattori come la religione, l’età, la durata di una relazione, la frequenza dell’orgasmo e la difficoltà ad eccitarsi sono significativamente associati alle fantasie sessuali.

Le motivazioni che spingono le donne a praticare attività sessuali sono diverse e i fattori sociali, ambientali e di contesto influiscono molto nella loro vita sessuale.

http://www.jsm.jsexmed.org/article/S1743-6095(15)32979-9/fulltext

Disturbi del Comportamento Alimentare

Il Ministero della Salute stima che in Italia circa tre milioni di persone, di età sempre più giovane, soffrono di Disturbi del Comportamento
Alimentare (dati 2012). Il corpo è da sempre al centro della maggior parte dei conflitti, sia nei bambini che negli adolescenti, e crisi e conflitti trovano
nei comportamenti alimentari una possibile manifestazione sintomatica di espressione. E’ noto che questi disturbi colpiscono in prevalenza la  popolazione femminile (soprattutto Anoressia), anche se la percentuale di maschi affetta dalla malattia è in crescita (rapporto maschi femmine 1:9), in
particolare per la Bulimia e il Disturbo da Alimentazione Incontrollata.Si è inoltre abbassata l’età di esordio della patologia, con un aggravamento della prognosi e un impatto economico sempre maggiore sul servizio sanitario nazionale. Gli studi epidemiologici internazionali evidenziano un’incidenza dinuovi casi di DCA nella fascia femminile tra i 12 e i 25 anni, con una età media di insorgenza in età adolescenziale, intorno ai 17 anni. Nei paesi occidentali, compresa l’Italia, la prevalenza della patologia riguarda il Disturbo del Comportamento Alimentare Non Altrimenti Specificato (tra il 3,7 e il6,4%), la Bulimia nervosa (3%) e l’Anoressia nervosa (0,2 – 0,8%) (Ministero della Salute – http://www.salute.gov.it 2012).

I Disturbi del Comportamento Alimentare costituiscono un insieme di sindromi a causa verosimilmente multifattoriale, caratterizzati da alcuni elementi psicopatologici comuni, comprendenti un insieme di alterazioni affettive, cognitive e comportamentali strettamente correlate all’ingestione di cibo e all’immagine corporea.

 

http://www.annamariagiancaspero.it